10/06/2009

Relazione libro "Se questo è un uomo"-Primo Levi

Relazione “Se questo è un uomo”

1.”Se questo è un uomo”.

2.Primo Levi.

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore italiano autore di racconti, memorie, poesie e romanzi. Nel 1944 venne deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Il suo romanzo Se questo è un uomo, che racconta le sue esperienze nel Lager nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale. Nato a Torino in una famiglia ebraica il 31 luglio 1919, nel 1934 si iscrive al liceo classico "Massimo d'Azeglio" di Torino, noto per aver ospitato docenti illustri e oppositori del fascismo come Augusto Monti, Franco Antonicelli, Umberto Cosmo, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, Massimo Mila, Leone Ginsburg e molti altri. Questi insegnanti sono però già stati allontanati e il clima politico si è ormai raffreddato.

Nel 1937 si diploma e si iscrive al corso di laurea in chimica presso l'Università di Torino. Nel novembre del 1938 entrano in vigore, anche in Italia, le leggi razziali.Si laurea nel 1941 a pieni voti e con lode.

Nel 1943 si inserisce in un nucleo partigiano operante in Val d'Aosta. Dopo poco, nel dicembre 1943, viene arrestato dalla milizia fascista nel villaggio di Amay sul versante verso Saint-Vincent del colle di Joux tra Saint-Vincent e Brusson, e trasferito nel campo di transito di Fossoli presso Modena. Il 22 febbraio 1944, Levi ed altri 650 ebrei, vengono stipati su un treno merci e destinati al campo di concentramento di Auschwitz in Polonia. Levi rimase in questo Lager per undici mesi, fino alla liberazione da parte dell'armata rossa. Fu uno dei venti sopravvissuti fra i 650 che erano arrivati con lui al campoIl viaggio di ritorno in Italia, narrato nel romanzo "La tregua", sarà lungo e travagliato. Si protrae fino ad ottobre, attraverso Russia, Ucraina, Romania, Ungheria e Austria.

Mosso dalla prorompente necessità di testimoniare l'incubo vissuto nel Lager, si getta febbrilmente nella scrittura di un romanzo testimonianza sulla sua esperienza ad Auschwitz, verrà intitolato Se questo è un uomo. In questo periodo conosce e si innamora di Lucia Morpurgo che diventerà sua moglie. Levi afferma come questo incontrò sia stato fondamentale per la stesura di Se questo è un uomo. Nonostante una recensione favorevole sul suo libro di Italo Calvino su L'Unità, incontra uno scarso successo di vendita. Delle 2500 copie stampate, se ne vendono solo 1500, sopratutto a Torino.

Nel 1956, a una mostra della deportazione a Torino, incontra un riscontro di pubblico straordinario. Riprende fiducia nei suoi mezzi espressivi. Partecipa a numerosi incontri pubblici (sopratutto nelle scuole) e ripropone Se questo è un uomo ad Einaudi che decide di pubblicarlo. Questa nuova edizione incontra un successo immediato.

Quattordici anni dopo la stesura di Se questo è un uomo, incomincia a lavorare a un nuovo romanzo sull'odissea durante il ritorno da Auschwitz. Questo romanzo viene intitolato La tregua e vince la prima edizione del Premio Campiello, del 1963.

Primo Levi muore l’11 Aprile del 1987 a Torino.

Lo stile letterario di Primo Levi, come si evince nelle sue maggiori opere, è uno stile realista-descrittivo. Si tratta infatti di una narrazione asciutta, sintetica ed esauriente quanto basta per comprendere i sentimenti dell'opera. Stile che ben si adatta al vasto pubblico a cui Levi intende rivolgersi, in special modo se si tratta di una tematica di estrema importanza come quella della prigionia del lager.

3.”Se questo è un uomo” fu pubblicato nel 1947.

4.Romanzo autobiografico.

5.a) Se questo è un uomo è un romanzo autobiografico di Primo Levi scritto tra il dicembre 1945 ed il gennaio 1947, che rappresenta una testimonianza intensa e toccante dell'esperienza dell'autore nel campo di concentramento di Auschwitz. Scorci della vita quotidiana all'interno del campo di Monowitz, sede dell'impianto della Buna, scanditi da riflessioni profonde dell'autore permettono al lettore di immedesimarsi con il protagonista-autore nella sua "esperienza". La lettura del libro è un'esperienza intensa, dolorosa anche per il lettore che rivive insieme all'autore tutta la sofferenza di quei giorni. La morte è sempre presente, viene però vissuta come un evento inevitabile della quotidianità. Tra le righe troviamo anche momenti di speranza, eventi che capitano e che ricordano ai protagonisti che forse non tutto è perduto. Il testo viene scritto non per vendetta, ma come testimonianza di un avvenimento storico che sa di tragico. Molto importante è, da parte dell'autore, assumere di tanto in tanto la prospettiva dello scienziato: la società dei detenuti funziona secondo regole complesse ed incomprensibili per chi vi è appena arrivato. Primo Levi tiene molto a spiegare ad esempio il variegato panorama linguistico delle varie comunità etniche, compreso l'uso di termini specifici tedeschi in tutte le lingue. Ricoprono inoltre un ruolo di primo piano le descrizioni dei rapporti tra i detenuti: Levi si concentra spesso sulla psicologia e sui comportamenti dei detenuti, indicando quali regole di fratellanza o di civile convivenza vengono, per volere dei superiori, messe a tacere nella vita quotidiana del lager. Nel campo regna qualcosa come la certezza matematica che la maggior parte delle persone ancora in vita è destinata a morire: per questo, un argomento di primo piano del romanzo è costituito dalle doti di carattere, dagli stratagemmi e dai sotterfugi da intraprendere per poter appartenere al gruppo dei privilegiati che sopravviveranno, se non all'intero soggiorno, almeno al prossimo periodo di crisi e terrore.

b)

Descrizione dei tre personaggi principali

Il primo personaggio che mi è rimasto impresso durante la lettura del libro, è Schlome. Primo Levi, arrivato da poco al campo di concentramento d’Auschwitz, stava vagando tra la folla dei deportati in cerca di qualche voce o volto famigliare quando notò appoggiati ad una parete di una baracca due ragazzi seduti. Erano di circa 16 anni ed entrambi avevano le mani e il viso sporco di fuliggine: uno di loro fermò Levi ed iniziò a dialogare con lui. Il giovane ragazzo si chiamava Schlome: era ebreo polacco, da tre anni nel lager. Egli sapeva bene il tedesco ma Levi poco e perciò non capiva molto ciò che diceva: nel campo di concentramento lavorava come fabbro. Il ragazzo, dialogando con l’autore, gli chiese che mestiere facesse e dove fosse sua madre. Quando Levi rispose che lei era rifugiata in Italia, il polacco si alzò e lo abbracciò timidamente. L’autore non rivide più il giovane ma non scordò mai l’espressione grave e mite del suo volto.
Schlome rappresenta tutti i giovani che, pur innocenti, sono stati condotti nei lager dai nazisti. Egli entrò giovanissimo ad Auschwitz e visse l’inizio della sua adolescenza in questo luogo di sofferenza e di morte.
E’ incredibile che un sedicenne sia costretto a lavorare come fabbro, un lavoro pesante e faticoso. Questo fatto rende palese la volontà dei nazisti di annientare chiunque fosse dichiarato nemico, non facendo differenza tra uomini, donne e bambini.

Del secondo personaggio che ho scelto, Levi ne parla nel capitolo dedicato ai “sommersi” ed ai “salvati”: con questi due termini vuole identificare coloro che soccombevano e quelli che riuscivano a sopravvivere. Moltissimi sono stati i piani escogitati ed i metodi per non morire, tanti quanti i caratteri umani. Schepschel era nel lager da 4 anni: prima di essere catturato aveva visto cadere molti suoi connazionali. Tutto iniziò quando il suo villaggio in Galizia (Russia) fu assaltato e devastato: nell’assalto egli perse la moglie e 5 figli, e il suo negozio di sellaio. Da parecchio tempo si considerava solo “ come un sacco che deve essere periodicamente riempito”, pensando esclusivamente a sfamarsi e a sopravvivere. Schepschel non era particolarmente coraggioso, né robusto, né malvagio. Inoltre non era astuto e non si prodigava molto per guadagnarsi una situazione meno precaria, vivendo solo di piccoli espedienti occasionali. Qualche volta rubava una scopa e la rivendeva al suo Blockältester (il capo-baracca). Ogni tanto se riusciva ad avere un buon numero di razioni di pane, affittava gli attrezzi da calzolaio per poi lavorare per ore. Era capace di fabbricare delle bretelle con del filo elettrico: per guadagnare qualche avanzo di zuppa aveva persino cantato e ballato davanti a degli operai slovacchi. Schepschel in fondo era un disperato che cercava solo di portare avanti la sua lotta per non soccombere. E non esitò quando ebbe l’opportunità di fare la spia, facendo fustigare un suo compagno per aver rubato: sperava, infatti, con questa soffiata di poter aspirare al posto di lavatore delle marmitte.
Qui si capisce veramente a cosa erano ridotti a fare i prigionieri per sopravvivere. Per non soccombere ci si umiliava, si utilizzava ogni cosa (persino del filo elettrico) e si faceva anche la spia se poteva essere vantaggioso. Tutti quelli che andavano nel lager non erano più considerati uomini ma cose, “pezzi”, perdendo la loro dignità. Lavoravano come asini da soma, mangiavano poco, erano spesso spogliati per controlli medici e le loro condizioni igieniche erano scarse. É chiaro quindi che ogni prigioniero fosse pronto a tutto, a qualsiasi bassezza, pur di guadagnare una razione di pane per sfamarsi.

L’ultimo personaggio da me scelto è Henri: anche lui come Schepschel è menzionato nel capitolo dei sommersi e dei salvati. Egli sapeva esattamente come sopravvivere in Lager: aveva 22 anni, era molto intelligente e parlava francese, inglese, tedesco e russo.
Dopo che suo fratello era morto in lager, Henri aveva reciso ogni affetto, chiudendosi in se stesso e iniziando una lotta continua per vivere.
Per lui erano tre i metodi per salvarsi pur rimanendo degno di essere chiamato Uomo: l’organizzazione (intesa come procurarsi cibo od altro illegalmente), la pietà e il furto. Era il migliore nel raggirare i prigionieri di guerra inglesi che potevano essere molto redditizi. Monopolizzava il traffico delle merci inglesi, attuando così il primo metodo. Il suo vero strumento di persuasione era la pietà. Henri aveva tratti quasi femminili, occhi neri e profondi, viso glabro, riusciva muoversi con naturale eleganza ma anche agilmente “come un gatto “. Egli conosceva le sue capacità e le sfruttava con fredda determinazione per i suoi scopi, ottenendo grandi risultati. Henri capì che la pietà faceva breccia anche nell’animo più primitivo e con essa riuscì a ricavarne profitto. La sua “tattica” era questa: dava uno sguardo alla vittima, studiava che tipo di soggetto fosse, gli parlava brevemente e così l’interlocutore cadeva nella trappola. La vittima ascoltava Henri attentamente, poi si commuoveva per la triste storia del “giovane sventurato”e poco tempo dopo iniziava a “dare i suoi frutti”. Nessun’anima gli resisteva: aveva numerosi protettori tra cui inglesi, francesi, polacchi, politici tedeschi e perfino una SS. Anche in infermeria aveva dei protettori: alcuni medici lo facevano entrare e lo ricoveravano quando voleva.
Poiché la pietà gli permetteva numerose amicizie, il furto gli garantiva un ancor maggior guadagno, ma di questo si confidava malvolentieri. A Levi piaceva parlare con lui: non c’era cosa che egli non conoscesse e su cui non avesse ragionato. Henri parlava modestamente delle sue “prede”; per qualche attimo pareva all’autore un uomo “caldo”, sincero, riuscendo quasi a percepire la sua umanità. Ma poi quando Henri interrompeva il loro dialogo e ritornava “alla caccia”, rivelava di sé la sua falsità, la fredda determinazione che lo rendeva “nemico di tutti”. Questo personaggio creò confusione nell’animo di Levi che pensò più volte di essere stato a sua volta raggirato e usato.Ora Henri è ancora vivo e ma l’autore si augura di non rivederlo più.
É un prigioniero molto particolare nel lager. Nel libro non vi è nessun accenno alla sua vita da uomo libero ma io penso che il raggirare le persone suscitando pietà sia stata una diretta conseguenza del suo lutto. Egli, oppresso dalla morte del fratello e da quel vivere disumano ad Auschwitz, aveva deciso di utilizzare tutte le sue forze per sfruttare chi lo circondava, miseri prigionieri come lui, ingannandoli e usandoli come “uno strumento nelle sue mani”. Henri aveva cercato solamente di difendersi come poteva da questo mondo terribile, soprassedendo a leggi morali che in certe situazioni estreme vengono a meno.

6.a)Nell’arco della narrazione sono varie e molteplici le problematiche e le tematiche trattate dall’autore,essenzialmente riguardanti la vita dell’uomo all’interno del campo di annientamento. Ancora le problematiche si possono suddividere nuovamente per la loro molteplicità: problematiche riguardanti i rapporti tra i detenuti, riguardanti il comportamento dei tedeschi con i detenuti, e problematiche affrontate dai detenuti con se stessi,cioè problematiche riguardanti il loro l’”ego” dei vari detenuti.

Per quanto concerne le problematiche riguardanti il comportamento tra i detenuti l’autore-protagonista fa capire al lettore a che punto possa arrivare l’essere umano quando si trova in situazioni di tale portata.

L’autore descrive allo stesso tempo la meschinità,la furbizia e la cattiveria dell’uomo,in questo caso esercitata tra gli stessi detenuti,che vivevano nella stessa identica condizione in una situazione deleteria,e invece di sussistersi tra di loro,si annientavano a vicenda.

Per quanto concerne invece il comportamento dei tedeschi nei confronti dei detenuti l’autore non offre lo stesso spazio rispetto ai rapporti tra questi ultimi.

Soprattutto “in incipit” del racconto riguardante il centro di annientamento l’autore narra dei comportamenti dei suoi “dittatori”,riferendosi spesso alle regole assurde da loro stessi attuate,riferendosi alla loro mancanza di rispetto e riferendosi alla loro mancanza di umanità nei confronti del Mondo.

Di fatto alcuni comportamenti dei tedeschi sono a dir poco intollerabili e ingiustificabili, tra cui le selezioni, le uccisioni pubbliche, il far stare i detenuti in maglietta a maniche corte quando fuori la temperatura è sotto zero. Insomma l’autore descrive quasi disgustato i loro comportamenti e li condanna apertamente.

Le problematiche riguardanti l’ “ego” dei detenuti sono sicuramente le problematiche a cui l’autore dedica più spazio, poiché da lui ritenute il perno della narrazione.

Sicuramente il problema principale che tormentava la vita di qualsiasi detenuto era la consapevolezza che la morte sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro e la consapevolezza che lì,nel campo d’annientamento non si poteva fare quasi niente per evitarla. Ognuno reagiva a modo suo, alcuni si chiudevano in se stessi come Henri che ho citato precedentemente, altri perdevano la testa ed arrivavano a fare qualsiasi cosa. Scioccante nel racconto è il vedere fino a che punto possa arrivare l’uomo per provare a sopravvivere, tentativo che nove volte su dieci in quel luogo era più che inutile.

Un'altra problematica associata a quest’ultima è la perdita di qualsiasi speranza da parte del prigioniero. Non esisteva per nessuno il domani né il “mai”. Mai nel gergo del campo si diceva:”morgen fruh”. Cioè: ”domani mattina”.

b)Il punto di vista dell’autore riguardo le problematiche da lui stesso trattate è certamente negativo, poiché sono state vissute da lui stesso con conseguenze devastanti e indelebili.

c)Si, l’autore durante la narrazione esprime i propri giudizi sulle varie vicende da lui stesso trattate,di fatto il libro è autobiografico. Tra i tanti giudizi vi sono quelli riguardanti i vari comportamenti dei tanti deportati o anche quelli riguardanti la grande varietà di linguaggi e ancora esprime propri giudizi riguardo le assurde regole da rispettare durante la permanenza nel lager,che nei primi mesi dopo il suo arrivi gli risultavano incomprensibili e sono anche presenti giudizi riguardo i comportamenti tenuti dai tedeschi nei confronti dei prigionieri.

d)Si, l’autore prova vari sentimenti verso i suoi vari compagni di sventura.Passa dalla compassione per i ragazzi deportati o per i meno agiati alla rabbia nei confronti di coloro i quali vanno avanti nel lager imbrogliando chiunque,tendenza più che comune, e naturalmente anche nei confronti del popolo tedesco da cui era assoggettato.

e)

7.a)Il racconto è in prima persona.

b)Il linguaggio è moderno,il testo è scorrevole,chiaro e conciso,di fatto per maggior parte non è altro che un resoconto attuato dall’autore-protagonista sulle vicende da lui stesso vissute.

c)L’autore si esprime con un linguaggio abbastanza confidenziale e in modo decisamente realistico ed anche crudo.

d)Si, l’autore ricorre a termini tecnici nel esporre l’organizzazione della vita nel lager. Li utilizza in maggior parte per i nomi dei vari edifici e dei vari suoi superiori.

e)Il romanzo è scritto come racconto/informazione, poiché lo scopo dell’autore è principalmente proprio esporre le vicende e informare la popolazione non al corrente riguardo determinate situazioni.

f)Sì,l’autore ricorre a metafore durante la narrazione per aggiungere una vena poetica al racconto e per cercare di far intendere ai lettori la realtà in modo meno crudo,magari paragonando gli avvenimenti del lager con avvenimenti della vita quotidiana.

g)No,l’autore non fa uso di termini dialettali. Bensì sono spesso presenti termini stranieri utilizzati anche per rendere partecipe il lettore della grande varietà di etnie all’interno dello stesso lager.

8.Il contenuto dell’opera è chiaro e conciso ed è destinato a rimanere tra i principali della storia della letteratura italiana. I problemi e le tematiche poste dall’autore sono più che seri e sono trattati in maniera sublime da lui stesso. Il racconto inoltre non potrebbe essere più dettagliato.

Per quanto concerne il linguaggio, quest’ultimo è abbastanza tecnico, ma allo stesso tempo è chiaro e facilmente reperibile da qualsiasi lettore,il tutto è ulteriormente accentuato dall’uso del discorso diretto ed indiretto libero.

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